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Ryugu e Bennu, le storie parallele di due asteroidi

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Ryugu e Bennu, le storie parallele di due asteroidi

Ryugu e Bennu non sono personaggi di cartoni animati ma due distinti asteroidi, visitati in questo momento rispettivamente dalla missione giapponese Hayabusa-2 e da quella statunitense Osiris-Rex.

Al congresso mondiale di planetologia in corso a Ginevra, dove si trovano anche i ricercatori italiani coinvolti in questi progetti, sono state presentate le ultime novità su queste missioni che, oltre a esplorare il proprio asteroide in ogni dettaglio, si propongono di riportarne a terra dei campioni. Osiris-Rex, partita due anni dopo la concorrente giapponese, si sta preparando a un rapido assaggio della superficie di Bennu in un punto ancora da stabilire.

Intervista Maurizio Pajola, Inaf Padova

La sonda nipponica ha invece già, letteralmente, ficcato il naso due volte su Ryugu, addirittura scavando un piccolo cratere con un’esplosione, e i campioni raccolti dovrebbero arrivare sulla Terra già nel 2020. Ma quali sono le ultime novità scientifiche dalla missione Hayabusa-2?

Intervista Ernesto Palomba, Inaf Roma
e Antonella Barucci, Observatoire de Paris

Servizio a cura di Stefano Parisini, Media Inaf; interviste da Epsc-Dps di Ginevra di Caterina Boccato, Inaf Padova.
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Bennu, quattro siti in tre dimensioni per decidere dove approdare

La discesa della sonda Nasa Osiris-Rex su Bennu, un asteroide di circa 510 metri di diametro situato oggi a 235 milioni di km dalla Terra, è in calendario per la seconda metà del 2020. Entro la fine di quest’anno la Nasa deve decidere in quale luogo tentare l’approdo. L’analisi 3D compiuta nelle settimane scorse usando l’altimetro laser di Osiris-Rex ha individuato quattro siti candidati: Kingfisher, Osprey, Nightingale e Sandpiper. Sarà da una di queste quattro regioni che Osiris-Rex preleverà i campioni da riportare poi con sé sulla Terra per essere analizzati in laboratorio.

Servizio di Marco Malaspina

Per approfondire:

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La storia moderna di un universo antico

Intervista a Helge Kragh, professore emerito al Niels Bohr Institute, Università di Copenaghen, ed ex professore di storia della scienza all'Università di Aarhus, in Danimarca. Con due dottorati, uno in fisica e l'altro in filosofia, ha contribuito a una vasta gamma di argomenti nella storia delle scienze fisiche. Il suo ultimo lavoro (in collaborazione con M. Longair) è “The Oxford Handbook on the History of Modern Cosmology” pubblicato nel 2019, anno in cui gli è stato assegnato il premio Abraham Pais dalla American Physical Society per il suo lavoro sulla storia della fisica e della cosmologia.

Intervista realizzata da Giuseppe Fiasconaro a Palermo in occasione del Convegno internazionale di studi L’Uomo e il Cosmo nella storia. Paradigmi, miti, simboli Palermo, 18/20 settembre 2019
Montaggio di Stefano Parisini, Media Inaf
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Tess vede una stella catturata da un buco nero

Per saperne di più:

Nel marzo del 2011 il satellite Swift della Nasa aveva rilevato un intenso lampo di raggi X, che era stato poi interpretato come l’effetto dello cattura di una stella di passaggio da parte di un buco nero supermassiccio, residente al centro di una galassia lontana quasi quattro miliardi di anni luce.

Circa metà della massa stellare è andata a comporre un disco di materiale in vorticosa rotazione attorno al buco nero prima di ricadervi dentro, disco che ha a sua volta innescato l’accensione di due potenti getti polari, in questo caso diretti proprio lungo l’asse di visuale terrestre.

Eventi di questo tipo sono estremamente rari e accadono una volta ogni dieci o centomila anni all’interno di una tipica galassia. Nel 2019 è toccato al satellite Tess, normalmente dedicato alla ricerca di esopianeti, il regalo di osservare una di queste catture cosmiche che prendono il nome di eventi di distruzione mareale, perché la forza gravitazionale del buco nero prima deforma poi vaporizza totalmente l’incauta stella che si è avvicinata troppo. Molto del gas della stella si perde nello spazio mentre il resto si dispone, come abbiamo visto, attorno al buco nero a formare un cosiddetto disco di accrescimento.

Quest’ultimo evento è stato inizialmente segnalato da un telescopio robotico per la ricerca di supernove. Fortuna ha voluto che la luce sprigionata dalla distruzione della stella cadesse proprio in uno dei campi di cielo che Tess stava osservando in quel periodo alla ricerca di variazioni nel brillare delle stelle.
Tess ha potuto osservare l’evento dall’inizio, una settimana prima degli altri telescopi, ma, siccome invia a terra i dati solo ogni due settimane, non ha potuto allertare subito gli altri osservatori.
Tra questi, di nuovo il satellite Swift che ha registrato l'esplosione in luce visibile, ultravioletta e, assieme al satellite europeo XMM-Newton, in raggi X.

Le misurazioni in ultravioletto, le prime ottenute finora in questa banda per un evento di distruzione mareale, hanno mostrato che la temperatura dell'evento è scesa di quasi il 50% in pochi giorni, da 40mila a 20mila gradi, un’escursione termica molto più rapida di quanto osservato in precedenza per fenomeni di questo tipo.
Gli scienziati ritengono che il buco nero all’origine dell’evento, localizzato al centro di una galassia a soli 375 milioni di anni luce, avesse una massa di circa 6 milioni di volte quella solare, mentre la stella distrutta potrebbe avere dimensioni simili al nostro Sole.

In totale, sono stati osservati finora non più di una quarantina di eventi similari, e i responsabili della missione ritengono che statisticamente Tess dovrebbe essere in grado di osservarne un altro durante i primi due anni di missione.

Servizio di Stefano Parisini, Media Inaf
Crediti video: NASA/Goddard Space Flight Center/CI Lab
Musica: Sunrise, di Andrea Michele Vincenti, per gentile concessione dell’autore
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Acqua su Marte: quali risvolti per l'esplorazione? - Dr. Maurizio Pajola

LA SCIENZA IN UN BICCHIERE del 15 novembre 2018
Acqua su Marte: quali risvolti per l'esplorazione?
dott. Maurizio Pajola (INAF Padova)

In un lontano passato, su Marte era presente un ciclo dell’acqua come oggi lo conosciamo sulla Terra. Dov'è finita tutta quest'acqua? In parte ghiacciata sulle calotte polari, in parte legata ai minerali nel suolo, in parte persa nello spazio. La novità è che 22 scienziati italiani hanno scoperto che una parte si trova ancora in forma liquida nel sottosuolo marziano: una scoperta dalle profonde implicazioni sia esobiologiche che per la futura esplorazione robotica ed umana del Pianeta Rosso.

MAURIZIO PAJOLA è ricercatore all'Osservatorio Astronomico di Padova e lavora sui dati CaSSIS/ExoMars della superficie di Marte e della superficie del satellite Phobos; collabora inoltre alle missioni Rosetta e BepiColombo dell'ESA e OSIRIS-REx della NASA.
Laureatosi in Astronomia all'Università di Padova nel 2010, ha conseguito il Dottorato in Astronautica e Scienza da Satellite al CISAS (Centro Interdipartimentale di Studi ed Attività Spaziali “G. Colombo”) nel 2014 e ha svolto anni di post-dottorato presso il CISAS stesso e poi al laboratorio NASA Ames Research Center a Moffett Field, California. Durante la sua carriera si è occupato dell'analisi della superficie di Marte e del suo satellite Phobos, ma anche della cometa 67P e dell'asteroide Lutetia, principalmente attraverso le immagini acquisite dalla fotocamera OSIRIS a bordo della missione Rosetta.

Si alza il sipario sulla Notte Europea dei Ricercatori 2019

La conferenza stampa - presenziata dal nuovo titolare del dicastero dell’Istruzione, Università e Ricerca - ha lanciato le iniziative in programma per il 27 settembre nell’ambito dei vari progetti attivi in giro per l’Italia, tutti con il comune obiettivo di avvicinare i cittadini alla scienza.

Proprio su questo il ministro ha focalizzato il proprio intervento assicurando che se nei mesi passati c’è stata una percezione di distanza tra politica e scienza questo ministero ha intenzione di azzerare questa distanza, mettendo la scienza al centro delle decisioni politiche.

Servizio di Francesca Aloisio e Marco Galliani - Media Inaf

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Scienze e tecnologia astronomica nel Vicentino

Giovedì 29 novembre 2018, nell'Odeo del Teatro Olimpico, un appuntamento dal titolo Scienze e tecnologia astronomica nel Vicentino, tornata accademica della Classe di Scienze e tecnica. Relatori: Giulia Rodighiero, accademico olimpico; Maurizio Pajola, dell'Osservatorio atronomico di Padova; e Giovanni Dal Lago, presidente di Officina stellare srl di Sarcedo (VI).

Tante stelle nella Grande Nube di Magellano

Le Nubi di Magellano sono due piccole galassie irregolari, che orbitano attorno alla nostra Via Lattea come satelliti. Sono visibili ad occhio nudo nel cielo notturno dell'emisfero sud, e prendono il loro nome dal navigatore portoghese Ferdinando Magellano, la cui spedizione 500 anni fa circumnavigò il globo per la prima volta.

Qui vediamo la maggiore delle due, la Grande Nube, fotografata con un livello di dettaglio senza precedenti dal telescopio europeo Vista, collocato all’osservatorio Eso del Paranal, sulle Ande cilene. Questa piccola galassia, distante 163000 anni luce, possiede una vigorosa attività di formazione stellare ed è considerata un laboratorio ideale per studiare i processi che formano e trasformano le galassie.

Grazie alle osservazioni del telescopio Vista, gli astronomi hanno potuto analizzare in dettaglio circa 10 milioni di stelle nella Grande Nube di Magellano, determinandone l'età e scoprendo inaspettatamente che le stelle più giovani tracciano in questa galassia bracci a spirale multipli.

L’avere un dettaglio di così tante stelle è stata possibile grazie al fatto che Vista osserva il cielo a lunghezze d'onda nel vicino infrarosso e questo permette al telescopio di vedere attraverso le nuvole di polvere cosmica che oscurano parti della galassia. Tali nuvole bloccano infatti una grande porzione di luce visibile ma sono trasparenti alle lunghezze d'onda maggiori a cui sono sensibili i rilevatori di Vista. Ed ecco che, quasi per magia, divengono chiaramente distinguibili, rispetto a un’immagine ripresa nell’ottico, molte più stelle singole che popolano il centro della galassia.

Servizio di Stefano Parisini, Media Inaf
Crediti video: Eso/Vmc Survey
Musica: Velasquez, Roberto Vecchioni
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